CORONAVIRUS: PSYCHOLOGICAL VADEMECUM FOR CITIZENS
How fears can turn into panic and how to protect yourself with proper behavior, correct beliefs and
well-founded emotions.
English Version cnop-testo-EN
Un uomo non dovrebbe sforzarsi di eliminare i suoi complessi, ma di entrare in sintonia con loro. – Sigmund Freud
CORONAVIRUS: PSYCHOLOGICAL VADEMECUM FOR CITIZENS
How fears can turn into panic and how to protect yourself with proper behavior, correct beliefs and
well-founded emotions.
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Introduzione
Ansia è un vocabolo che viene utilizzato non solo in maniera specifica dai clinici per definire particolari stati d’animo relativi ad uno specifico quadro psicopatologico, ma viene anche in maniera più generale, sempre più comunemente utilizzato da tutti coloro che in diverse occasioni di vita quotidiana, si trovano ad esperire un forte stato di irrequietezza, agitazione, turbamento emotivo e apprensione.
Che cos’è l’ansia? Come si manifesta?
La parola “ansia” deriva dalla parola latina anxius, a sua volta derivazione di anxus che significa “stretto”. L’enciclopedia Treccani del vocabolo “ansia” dà la seguente definizione: “[…] 1. Stato di agitazione, di forte apprensione, dovuto a timore, incertezza, attesa di qualcosa […] 2. In medicina e psicologia, il particolare stato di incertezza e timore, che può riguardare specifici oggetti o eventi oppure non averne nessuno di riconoscibile, e che può essere accompagnato nei casi più gravi da disturbi vasomotori o da penose sensazioni viscerali (costrizione toracica, laringea, ecc.). In psicoanalisi, la reazione di allarme di fronte ad un pericolo esterno (oggettivo) o interno (di origine pulsionale); in particolare, come risposta dell’Io agli aumenti di tensione istintuale o emotiva. Si distingue un’ansia primaria, che si accompagna alla capacità di venir meno della capacità di controllo dell’Io ed è, per esempio, presente negli incubi notturni, ed un’ansia segnale, come meccanismo d’allarme che avverte l’Io di una grave minaccia al proprio equilibrio”.
L’ansia: reazione emotiva come momento di attesa nei confronti di qualcosa
L’Enciclopedia Treccani suggerisce un’importante e chiara spiegazione, fornendo diverse definizioni, contestualizzando e significando l’ansia; iniziamo dalla prima esplicitazione: “Stato di agitazione, di forte apprensione, dovuto a timore, incertezza, attesa di qualcosa […]”.
In questa prima accezione l’ansia è uno stato di agitazione che può essere legato a “qualcosa di reale” e concreto oppure a “qualcosa di non reale”, ma ipotetico e non ancora verificatosi, ossia che non trova un riscontro immediato nella realtà.
Nel caso in cui l’ansia è legata a “qualcosa di reale”, possiamo citare esempi quali l’agitazione e l’attesa che accompagna la nascita di un figlio, l’incertezza e il timore per l’attesa che si svolga un esame, l’apprensione e l’attesa prima che si intraprenda un viaggio, ecc. Cosa caratterizza queste situazioni? Cosa le rende scaturenti tensione, apprensione e agitazione? Se riflettiamo attentamente, giungeremo alla conclusione che questi sono eventi che devono ancora accadere, non ancora esperiti dall’individuo, quindi “nuovi” per la persona. Sono eventi di vita reali che il soggetto si troverà a vivere in un futuro immediato o relativamente immediato.
Nel caso in cui l’ansia è legata a qualcosa di “non reale”, possiamo citare esempi quali: il pensare di essersi comportati male e temere punizioni oppure un amico che tarda ad un appuntamento senza avvisare e pensare che possa essergli accaduto qualcosa. Anche in questo caso possiamo chiederci: cosa contraddistingue e cosa qualifica queste esperienze? Quali sono gli elementi portatori di tensione e agitazione? Dall’analisi di questi eventi, ci accorgiamo che anche questi, come i precedenti, sono accomunati dallo stesso fattore: anche qui riscontriamo il fatto che non sono ancora state esperite; tuttavia possiamo in più osservare che questi ultimi, rispetto ai primi, sono ipotetici, ossia possibili, ma non “reali”; il movens della tensione interna e dell’agitazione è un pensiero, un’ipotesi e non qualcosa di “concreto”.
Se mettiamo a confronto le due situazioni, ci accorgiamo che, seppure per alcuni aspetti sono esse molto diverse, hanno in comune il fatto che lo stato di agitazione, tensione e incertezza origina da qualcosa di “non ancora avvenuto”, sia esso reale e concreto oppure ipotetico o legato ad una fantasia.
Alcuni degli esempi poc’anzi citati, sono momenti che forse tutti ci siamo trovati ad esperire almeno una volta nella nostra vita; potremmo quindi definire il palesarsi di una moderata reazione d’ansia a questi eventi, come una “normale” risposta del nostro organismo a situazioni di vita nuove e inaspettate, tale da generare una modalità di risposta che ci permette di essere pronti agli eventi che ci troviamo a vivere, ciò genera un meccanismo che ci rende pronti a scaturire la risposta più funzionale possibile a quelle particolari situazioni. Se la reazione a questi stessi eventi non fosse moderata, ma espletata con modalità che vanno seriamente ad inficiare quello che è il funzionamento lineare di base dell’individuo, in questo caso saremo dinanzi alla genesi di attacco d’ansia, ovvero ad uno stato di agitazione e apprensione che clinicamente potrebbe essere definito “stato ansioso” che se ripetuto nelle stesse modalità, potrebbe generare un “disturbo d’ansia”.
Dott.ssa Susanna Neri
Sere fa mi trovavo a un concerto e ancora una volta si rinnovava in me la profonda emozione del sentire come diverse “voci”, ognuna con le proprie caratteristiche, progressivamente trovi un perfetto equilibrio con le altre. All’inizio timidi accordi, il lento affacciarsi di ogni singolo strumento all’interno di un complesso, il lento conoscersi, la ricerca di una frequenza comune. Poi l’armonia che cresce, i suoni che sembrano naturalmente mescolarsi l’uno con l’altro e in questo sciogliersi diventano sempre più meravigliosi. Ed ecco apparire una voce in mezzo ai suoni, dapprima sommessa poi, proprio grazie a quei suoni che la sostengono e la amplificano, espandersi e trovare tutta la sua potenza e la sua estensione, riuscire ad esprimere tutte le sue più splendide sfumature.
Ascoltavo con rinnovata meraviglia questo crescendo e pensavo a quanto, così come nella musica, anche nello sviluppo e nella realizzazione del sé solo l’incontro con l’altro possa garantirne la piena espressione. Così come una voce trova il suo pieno splendore nell’essere esaltata dagli strumenti che la sostengono, così ogni persona ha bisogno di “altri” capaci di rimandarle le sue speciali particolarità, il suo essere unica; altri in grado di sostenerla nelle “note” più difficili così come di partecipare ai suoi momenti più gioiosi; altri che arricchiscano il suono unendosi con il loro e regalando sfumature che, in loro assenza, non potrebbero divenire visibili. È solo nell’incontro con l’altro che ognuno arriva ad esprimere fino in fondo la sua unica e irripetibile voce, una voce che allora trova tutta la sua forza e la sua originalità.
Dott. ssa Barbara Bonacina
Giorni fa uscivo commossa alla fine di uno spettacolo teatrale. Un padre porta per la prima volta i suoi bambini in una sterminata campagna e di notte, con la complicità di un buio e di un silenzio ormai sconosciuti a chi abita le città, mostra loro le lucciole. Ed ecco che si liberano stupore e meraviglia, ecco che gli occhi di quei bambini si emozionano di fronte allo stupefacente miracolo della bellezza. Nel mondo di oggi, un mondo dominato dal transitare, nei luoghi, nel tempo, nelle relazioni, si è persa sempre più la capacità di fermarsi; fermarsi ad ascoltare, fermarsi ad ammirare, fermarsi financo ad annoiarsi, di una noia tuttavia colma di senso e di creatività. Se questo è vero per gli adulti, sta diventando una realtà anche nel mondo dei bambini. Vediamo ogni giorno bambini, già a partire da età molto precoci, impegnati in mille attività, privi di spazi di riposo, di vuoti, così importanti soprattutto in quest’epoca della vita. Un’epoca nel corso della quale sarebbe opportuno un tempo rallentato, dilatato il tanto che basta per permettere ai bambini di assaporare profondamente la bellezza e la complessità della vita, le mille sfumature che la compongono, tutte le emozioni che le cose anche più piccole e nascoste possono generare, in un lento e progressivo processo di scoperta. Proponiamo ogni giorno ai bambini una infinità di stimoli di ogni sorta, ma dimentichiamo quanto questa eccessiva ricchezza in realtà progressivamente impoverisca il potenziale creativo proprio dell’infanzia, quello che permette realmente di fare esperienza del mondo, delle relazioni, delle emozioni.
In un tempo in cui il benessere viene erroneamente attribuito a ciò che possediamo, in cui i bambini sono saturati da una quantità sovrabbondante di oggetti, giochi, attività da svolgere, si rischia di scordare quanto solo la capacità di provare emozioni, di entrare in relazione con gli altri, possa realmente promuovere un vero benessere. Vediamo quotidianamente bambini passare da un impegno all’altro, in un tempo iperaccelerato, in un’esaltazione del “fare” piuttosto che del sentire, un “fare” costellato di attività fin troppo strutturate e che lasciano ben poco spazio alla creatività infantile che ha sempre meno modo di esprimersi e svilupparsi. È sempre più raro osservare bambini perdersi in giochi da loro stessi inventati, creare universi del tutto personali in cui immergersi, divertirsi partendo dalla propria immaginazione e non da stimoli preconfezionati, quali giochi elettronici di vario genere. Forse invece, di offrire una infinità di cose, potremmo iniziare ad offrire un tempo speciale ai bambini, un tempo di condivisione, un tempo di ascolto, un tempo da godere, senza dovere “fare”, un tempo dove riscoprire stupore e meraviglia.
Dott.ssa Barbara Bonacina
Ognuno di noi nel proprio percorso di vita incontra momenti difficili, dove l’andare avanti può risultare faticoso e questo perché si possono trovare dinanzi al proprio percorso salite troppo ripide o discese troppo ardue, si può cadere con un piede in una buca o inciampare in un ostacolo, oppure ci si può perdere nella fitta ed intricata selva di incontri, relazioni, emozioni.
Tutte queste situazioni, apparentemente dissimili tra loro, hanno come anello di congiunzione la difficoltà nel trovare soluzioni da parte di colui che percorre il viaggio della propria vita.
Se ci fermiamo un istante a rileggere queste prime righe, ci accorgiamo di come entrano in gioco due elementi fondamentali: l’uno è l’ambiente in cui ci muoviamo e ciò che lo caratterizza, l’altro siamo noi che in tale ambiente ci stiamo, ci muoviamo, lo viviamo con la nostra individualità, con i nostri punti di forza e con le nostre debolezze. Un ultimo elemento infine su cui riflettere è la molteplicità di individui come noi che interagiscono con noi e tra loro e che portano con sé il proprio bagaglio fatto di cultura, di emozioni, di desideri, di bisogni e di storia vissuta.
Ora fermiamoci di nuovo, prendiamoci del tempo per rileggere ancora una volta queste righe, soffermiamoci a pensare e ci accorgeremo di come questi tre elementi in interazione dinamica tra loro, possono generare una moltitudine di situazioni, di soluzioni non solo da un punto di vista concreto, tangibile, comportamentale, ma anche e soprattutto da un punto di vista emotivo. La storia di ognuno di noi fa da humus e al tempo stesso da contenitore a quelle che sono e saranno le nostre interazioni presenti e future.
Nel momento in cui uno di noi percepisce di non essere più in grado di andare avanti, oppure sta girando su una rotatoria che rende alcuni momenti della sua vita irrimediabilmente perpetui, inizia a manifestare il malessere generato da una dinamicità che mantiene statica l’esperienza che la blocca e al tempo stesso la muove verso la chiusura, verso sensazioni ed emozioni che la “cementificano”, anziché renderla fluida, fruibile, vivibile. È proprio in questi momenti che si incontra quella parte presente in ognuno di noi, in grado di prendere per mano le nostre debolezze e le nostre difficoltà, quella parte piena di risorse che ci accompagna, ci sostiene e si prende cura di noi: il terapeuta.
Il terapeuta che è in noi prende corpo in un professionista in carne ed ossa, che attraverso i sogni, il dialogo, le emozioni ci accompagna in un momento del percorso della nostra vita in cui siamo fragili, incapaci di fermarci e di “vedere”.
Se ci stiamo chiedendo chi è il terapeuta, chi è quell’individuo seduto al di là di una scrivania o semplicemente di fronte a noi o alle spalle di un lettino, è colui che in quel preciso istante incarna quella parte di noi stessi che ci accompagna e ci sostiene in un momento di fragilità e attraverso la quale riusciamo a fermarci e a “rispecchiarci”.
Come un bastone durante una passeggiata in montagna viene utilizzato nei momenti difficili per saltare un rivolo d’acqua, per rimuovere un sasso lungo il cammino e per evitare una buca e poi, terminata la passeggiata si porta a casa con sé, come ricordo dell’avventura sui monti, così il terapeuta aiuta le persone durante un momento difficile della loro esistenza, fornendo un sostegno, un appoggio per poter andare avanti nel proprio cammino di vita; non è il bastone che decide quale percorso intraprendere, quale strada percorrere, il bastone aiuta rispettando le esigenze di chi lo maneggia. Al termine del percorso terapeutico la funzione terapeutica, ossia quella capacità di “vedere” e far fronte a ciò che “si vede”, viene portata via con sé dal paziente, per poter essere all’occorrenza nuovamente utilizzata, proprio come il bastone viene portato a casa per una eventuale e futura passeggiata.
È importante tenere presente che il terapeuta non ha solo il compito di rispecchiare una parte di noi, ma è anche una persona con una propria individualità, con delle proprie emozioni e sentimenti, in grado, grazie alla sua preparazione didattica e alla sua formazione professionale, di “vedere” e “tenere” in un insieme dinamico le proprie peculiarità e quelle di chi gli è seduto di fronte e al momento opportuno rimandare ciò che gli è stato donato dal paziente. Il dono che il paziente fa al proprio terapeuta è la condivisione di un momento particolare, intimo, emotivamente forte della sua vita. Il dono non risiede solo in ciò che di oggettivo viene narrato, ma anche e soprattutto in quella costellazione turbinante di emozioni che la narrazione porta con sé e che costituisce l’essenza e al tempo stesso il movens del vivere umano.